I want my growth back
Per una volta gli inglesi sembrano disposti a sentirsi europei, a patto che il Vecchio continente si metta in testa di crescere economicamente seguendo un po’ dei consigli di Londra. In fondo è questo il senso della lettera che lo scorso 31 marzo David Cameron, primo ministro del Regno Unito, ha inviato agli altri 26 leader europei. “Let’s choose growth”, “scegliamo la crescita”, è il titolo inequivocabile di un vero e proprio appello, una sorta di pendant sviluppista rispetto al Patto per l’euro franco-tedesco approvato dal Consiglio europeo lo scorso 25 marzo, più orientato – quest’ultimo – alla promozione di rigore fiscale e competitività.
22 AGO 20

Per una volta gli inglesi sembrano disposti a sentirsi europei, a patto che il Vecchio continente si metta in testa di crescere economicamente seguendo un po’ dei consigli di Londra. In fondo è questo il senso della lettera che lo scorso 31 marzo David Cameron, primo ministro del Regno Unito, ha inviato agli altri 26 leader europei. “Let’s choose growth”, “scegliamo la crescita”, è il titolo inequivocabile di un vero e proprio appello, una sorta di pendant sviluppista rispetto al Patto per l’euro franco-tedesco approvato dal Consiglio europeo lo scorso 25 marzo, più orientato – quest’ultimo – alla promozione di rigore fiscale e competitività. Completamento del mercato unico, apertura al commercio mondiale, riduzione dei costi per chi vuole fare impresa e nuove forme di finanziamento per l’innovazione: più che un manifesto ideologico, quello di Cameron è un decalogo che sprizza pragmatismo. Ma che parte da una previsione piuttosto plumbea: “Potremmo non essere disposti ad ammetterlo, ma molte delle tesi che abbiamo a lungo fatto nostre, il risultato di decenni di progresso, sono in pericolo”, inizia così la lettera. Fine delle concessioni fatte alla retorica. Segue una tabella piuttosto esplicita: se la tendenza attuale non sarà invertita, presto le economie europee non saranno più annoverabili tra le potenze mondiali. L’Italia, oggi al decimo posto degli stati più ricchi, dal 2020 potrebbe già scomparire dalla classifica, rimpiazzata dal Messico. Nel 2050 anche la Francia sarà fuori dalla top ten, mentre la Germania sarà scesa dall’attuale quinto posto al nono. Non è solo l’effetto dell’avanzata dei paesi emergenti: “L’Europa in questa recessione ha visto cancellati quattro anni di crescita annuale – osserva Cameron – e ora i nostri tassi di crescita sono la metà di quelli pre crisi”. “La decadenza relativa dei nostri paesi rispetto a quelli emergenti c’è, se non altro per ragioni demografiche – dice al Foglio Giorgio Arfaras, direttore del Centro Einaudi – la ricetta liberista del premier inglese, muovendosi sul lato dell’offerta, non contempla maggiore spesa pubblica e propone di compensare tale perdita di ricchezza grazie a più produttività e più libertà economica”. Insomma, Cina e India correranno pure, ma allo stesso tempo è vero che l’Ue può fare meglio del misero punto e mezzo di crescita annua che è previsto per i prossimi dieci anni.
Come? “Con uno sforzo, concertato a livello europeo, per liberare l’impresa”, scrive un Cameron insolitamente aperturista nei confronti delle istituzioni di Bruxelles, al punto da citare pure Michel Barnier, il commissario al Mercato interno, a sostegno del suo primo suggerimento: completare il mercato unico, dando “priorità ad aree come quella dei servizi e dell’energia”, modernizzando “in particolare tutto ciò che riguarda l’era digitale”. L’implementazione “senza se e senza ma” della direttiva sui servizi entro il 2011, affiancata a una deregolamentazione delle attività online, farebbe da volano: se oggi l’esistenza del mercato unico aggiunge annualmente 600 miliardi di euro alla ricchezza del continente, con queste riforme si potrebbe arrivare a 800 miliardi. L’Europa dovrebbe poi puntare a divenire “il motore del commercio mondiale”. Innanzitutto spingendo per la chiusura degli accordi di Doha sulla liberalizzazione multilaterale degli scambi. In seconda battuta, siglando quanto prima accordi di libero scambio sul modello di quello stretto con la Corea del sud in questi mesi. Cameron, come partner prioritari, suggerisce Canada, India e Singapore. “Un atteggiamento più aggressivo in questo campo è auspicabile – spiega al Foglio Kurt Hübner, direttore dell’Istituto di studi europei all’Università canadese di Vancouver – gli accordi bilaterali ormai devono mirare ad abbattere le barriere non tariffarie: regole sugli investimenti esteri, ostacoli alla partecipazione alle gare pubbliche, problemi connessi ai diritti di proprietà intellettuale”. Un “accordo ambizioso” con il Canada, spiega l’economista che per Routledge sta per pubblicare un volume sull’argomento, legherebbe l’Ue a “un’economia che si sta rafforzando molto, con abbondanti risorse naturali e un accesso privilegiato al mercato statunitense”.
Seguirebbero milioni di posti di lavoro. Oltre al protezionismo, a frenare l’occupazione c’è anche l’eccessiva difficoltà che i cittadini incontrano per fare business: “Quando aprire un’attività in Brasile costa in media 593 euro, 641 euro in India e 644 euro negli Stati Uniti, perché fare la stessa cosa in Europa costa 2.285 euro?”, si chiede retoricamente Cameron. Una semplificazione non basta: meglio, per esempio, “consentire alle piccole imprese di non sottostare alle regolamentazioni europee”. La capacità europea d’innovare, infine, è molto ridotta: dal 1975 a oggi, il 70 per cento delle società più innovative è nato negli Stati Uniti. “Per questo, con la proposta di istituire un fondo di venture capital a livello continentale – nota Arfaras – Cameron indica la via che perfino alcuni economisti americani come David Goldman, oggi, chiedono di percorrere con maggiore convinzione”. Questa volta con i piedi per terra, piantati nel rigore sui conti pubblici.
Come? “Con uno sforzo, concertato a livello europeo, per liberare l’impresa”, scrive un Cameron insolitamente aperturista nei confronti delle istituzioni di Bruxelles, al punto da citare pure Michel Barnier, il commissario al Mercato interno, a sostegno del suo primo suggerimento: completare il mercato unico, dando “priorità ad aree come quella dei servizi e dell’energia”, modernizzando “in particolare tutto ciò che riguarda l’era digitale”. L’implementazione “senza se e senza ma” della direttiva sui servizi entro il 2011, affiancata a una deregolamentazione delle attività online, farebbe da volano: se oggi l’esistenza del mercato unico aggiunge annualmente 600 miliardi di euro alla ricchezza del continente, con queste riforme si potrebbe arrivare a 800 miliardi. L’Europa dovrebbe poi puntare a divenire “il motore del commercio mondiale”. Innanzitutto spingendo per la chiusura degli accordi di Doha sulla liberalizzazione multilaterale degli scambi. In seconda battuta, siglando quanto prima accordi di libero scambio sul modello di quello stretto con la Corea del sud in questi mesi. Cameron, come partner prioritari, suggerisce Canada, India e Singapore. “Un atteggiamento più aggressivo in questo campo è auspicabile – spiega al Foglio Kurt Hübner, direttore dell’Istituto di studi europei all’Università canadese di Vancouver – gli accordi bilaterali ormai devono mirare ad abbattere le barriere non tariffarie: regole sugli investimenti esteri, ostacoli alla partecipazione alle gare pubbliche, problemi connessi ai diritti di proprietà intellettuale”. Un “accordo ambizioso” con il Canada, spiega l’economista che per Routledge sta per pubblicare un volume sull’argomento, legherebbe l’Ue a “un’economia che si sta rafforzando molto, con abbondanti risorse naturali e un accesso privilegiato al mercato statunitense”.
Seguirebbero milioni di posti di lavoro. Oltre al protezionismo, a frenare l’occupazione c’è anche l’eccessiva difficoltà che i cittadini incontrano per fare business: “Quando aprire un’attività in Brasile costa in media 593 euro, 641 euro in India e 644 euro negli Stati Uniti, perché fare la stessa cosa in Europa costa 2.285 euro?”, si chiede retoricamente Cameron. Una semplificazione non basta: meglio, per esempio, “consentire alle piccole imprese di non sottostare alle regolamentazioni europee”. La capacità europea d’innovare, infine, è molto ridotta: dal 1975 a oggi, il 70 per cento delle società più innovative è nato negli Stati Uniti. “Per questo, con la proposta di istituire un fondo di venture capital a livello continentale – nota Arfaras – Cameron indica la via che perfino alcuni economisti americani come David Goldman, oggi, chiedono di percorrere con maggiore convinzione”. Questa volta con i piedi per terra, piantati nel rigore sui conti pubblici.